lunedì 17 ottobre 2016

Iudicium Dei


Anticamente, esisteva una modalità 'infallibile' per provare l'innocenza o la colpevolezza di un accusato, poiché esercitata direttamente da Dio. Era chiamata 'ordalia' (dal longobardo ordaïl che significa appunto "giudizio di Dio") ed era una procedura giuridica basata sulla premessa che Dio avrebbe aiutato l'innocente nel caso in cui fosse stato davvero tale. L’imputato era dunque costretto a sottostare pubblicamente ad una prova durissima, l'esito della quale era la dimostrazione evidente della sua innocenza – se sosteneva la prova senza subire forti danni – o viceversa della sua colpevolezza.
Tale pratica, presente originariamente soprattutto tra le popolazioni germaniche e longobarde del centro Europa, si diffuse in tutto il mondo medievale dopo il crollo dell'impero romano d'oriente, ciò che portò ad un sostanziale regresso anche in campo giuridico, fino ad allora sostenuto dal riferimento ai princìpi del diritto romano. La magistratura del periodo classico operava infatti in modo simile al nostro attuale, basato su tesi accusatorie, prove fattuali e testimonianze, mentre il sistema ordalico delegava il momento del giudizio ad una questione di pura fede religiosa, chiamando a testimone e giudice ultimo la divinità stessa.
In realtà, la pratica dell'ordalia sembra risalire a molto più indietro nel tempo ed avere una diffusione universale. Se ne hanno prove fin dalla stesura del codice di Hammurabi in Babilonia nel XVIII sec. a.C. Nella religione indiana, nel celebre Ramayana (IV-III sec. a.C.), la moglie di Rama, Sita, affronta la prova del fuoco per dimostrare di non essere stata disonorata da Ravana, da cui era stata rapita. Nell'Antigone di Sofocle (V sec. a.C.) si cita un episodio in cui alcune guardie devono provare la loro innocenza maneggiando un ferro arroventato e camminando sui carboni accesi. Presso gli Ebrei, come riportato nella Torah, era conosciuta una forma di ordalia dell'acqua (la Sotah), in particolare nei confronti di donne accusate di adulterio, che consisteva nel consumo di "acqua amara" senza subire danno. Un' altra testimonianza ce la offre lo storico Strabone (I sec. d.C.), che riferisce delle sacerdotesse di Diana che, per dare prova della loro castità, camminavano sui carboni ardenti senza bruciarsi. In particolare, in epoca etrusca e poi in quella romana, erano conosciute forme di ordalia singolari denominate con il termine di poena cullei (da culleus, cioè sacco), che consisteva nell'armare di una spada corta il presunto colpevole legato per i polsi e chiuso poi in un sacco assieme ad un gallo, un cane, un serpente e una scimmia (o una capra). Il sacco veniva quindi immerso nelle acque di un fiume: se la persona sottoposta a questo rito riusciva a liberarsi, dimostrava di avere il consenso degli dei ed era dunque ritenuta innocente.
Come si vede, vi erano diverse tipologie di ordalia, a seconda dell'elemento scelto per il rituale dimostrativo: soprattutto però – in special modo nel medioevo – quelli più frequenti erano il fuoco e l'acqua, nelle forme della prensione di un ferro rovente con le mani (la 'gestatio ferri') e dell'immersione in acqua con mani e piedi legati ('iudicium acquae frigidae').
Se dunque per i popoli barbari del nord Europa l'ordalia rappresentava un effettivo progresso culturale, poiché consentiva di limitare le continue e sanguinose faide tra clan, per quanto rimaneva dell'antico impero romano, dilaniato dalle invasioni barbariche, tale usanza fu un evidente regresso in campo giuridico, appena temperato dall'intervento della Chiesa romana, che ebbe in merito un atteggiamento ambivalente (la Chiesa non poteva infatti condividere appieno la pratica dell'ordalia nelle sue forme più cruente, ma non poteva neanche avversarla, col rischio che le faide dilagassero). Col tempo, essa finì quindi per applicare sistematicamente questo tipo di giudizio, prima come un mezzo per ribadire i diritti di chiese e monasteri, poi per schiacciare qualsiasi forma di dissenso religioso e politico (i Tribunali dell'Inquisizione contro gli eretici e la stregoneria, che si protrassero fino a tutto il XVII sec., ne sono una drammatica testimonianza).
Certamente, l'ordalia del medioevo svolgeva una precisa funzione, quella di assolvere ad una idea di giustizia sociale ed agli obblighi dell'applicazione di una legge comunitaria in assenza di una efficace struttura legislativa che perpetrasse i principi dell'ordinamento giuridico romano. Uno strumento che, si capisce facilmente, costituiva anche un facile e sbrigativo mezzo a disposizione dei 'poteri forti' – diremmo oggi – dell'epoca, per sancire senza appello la condanna di chiunque non rientrasse nei dettami dell'establishment, spesso in forma di semplice calunnia da cui non potersi difendere che assoggettandosi al(supposto) giudizio divino. Un'istituzione così antica nella storia dell'umanità deve avere tuttavia un correlativo nella stessa struttura psicologica dell'essere umano. La necessità di delegare, da parte del gruppo sociale, ad una istanza superiore il giudizio di vita e morte di un individuo ha cioè probabilmente un corrispettivo ab origine nello stesso funzionamento psichico del singolo, se consideriamo la psiche stessa nei termini di una 'gruppalità interna', di un aggregato cioè di parti e figurazioni aventi precise e diversificate funzioni (spesso in contrasto tra loro, sul modello che poi sarà reso universalmente noto dalle 'topiche' di Freud, in particolare la tripartizione Es-Io-SuperIo). Il meccanismo psicologico alla base dell'ordalia, dunque – questa sorta di ragionamento circolare per cui si rimette alla divinità il giudizio sul singolo e che gravita intorno alla dimensione della colpa – è pensabile come un primitivo modello psichico-comportamentale, inscritto nel patrimonio culturale della specie Sapiens, che si salda alla dimensione esperienziale delle prime cure ricevute dal bambino, poi all'educazione impartita dai genitori, quindi alla graduale introiezione di una morale individuale e sociale. Soprattutto le prime identificazioni, che fin dall'inizio dell'esistenza legano il bambino agli altri significativi del suo ambiente, stabiliscono le condizioni che portano ad un prolungamento indefinito del legame neotenico con le dimensioni materna e paterna (declinate rispettivamente in termini di protezione-cura e socialità-condotta morale), attraverso la interiorizzazione dei loro modelli psico-socio-comportamentali. Legame che va a costituire quello sfondo di significato culturalmente condiviso, quell'ordine simbolico che, come il fondale mobile di una scena teatrale, di volta in volta contestualizza e funge da cornice all'azione del singolo immerso nel suo contesto sociale. Nel nostro quotidiano, la 'fenomenologia ordalica' sembra rendersi ancora più visibile in un certo tipo di pensiero sia psicotico – in cui il divino è spesso caratterizzato in termini di persecutore esterno-interno (viene qui in mente il famoso caso clinico del Presidente Schreber, di cui Freud scrisse nel 1911 a proposito della genesi dei meccanismi psichici della paranoia) – che nevrotico, per cui il sentimento di colpa 'soggettivo' (quale elemento 'strutturale' e a priori dell'esperire del soggetto, ancorato alle vicissitudini dell'Edipo) precede il meccanismo della supposizione di colpevolezza 'oggettiva' e contingente che la prova ordalica dimostra pubblicamente. A differenza del 'semplice' sentimento soggettivo della colpa, infatti – che potremmo definire come 'più evoluto' strutturandosi progressivamente dalle prime identificazioni con l'altro e poi dalla introiezione di modelli sociali e dalla educazione, laica o religiosa che sia, e che mette in moto un processo di elaborazione sostanzialmente attraverso il riconoscimento e la riparazione del danno arrecato – nell'ordalia siamo di fronte ad un giudizio su di sé 'sospeso' e delegato ad una istanza, quella divina, che è ancora sentita come esterna a sé e il cui potere sul soggetto si esplica in una modalità essenzialmente giudicante e sanzionatoria che sembra potersi identificare con quella centrale figura psicoanalitica che va sotto il nome di SuperIo, ma declinato nella sua versione primitiva di istanza giudicante interiore rigidissima, anzi inflessibile quando non proprio 'spietata', tanto da poter apparire ad un occhio esterno come una pura manifestazione di masochismo (Freud parlò in proposito anche di 'masochismo morale', per distinguerlo dalle perversioni sado-masochistiche di natura sessuale).
Questa istanza superiore si identifica dunque per il soggetto con il luogo stesso della Verità, da cui promana la suprema auctoritas che non può mai, per definizione, essere messa in discussione. Esso rappresenta pure, in modo proiettato, il 'Grande Altro' lacaniano(1): l'ordine simbolico che struttura l'universo di senso dell'uomo, lo sguardo dell'altro-da-sè che funge da continuo sfondo relativizzante al nostro esperire soggettivo.
Ciò che ribadisce come il giudizio divino non sia un motivo limitato alla sfera religiosa o riservato al popolo dei credenti, ma possa rivelarsi in varie forme, comunque riconducibili tutte al medesimo meccanismo di base, anche attraverso esperienze e contesti inusitati. E' solo infatti ad uno sguardo superficiale che potremmo stupirci di come personaggi affatto lontani da una certa morale cristiana o religiosa in genere facciano ricorso sistematico ad una qualche forma di giudizio divino. E' ad esempio il caso letterario, celebre, del peraltro ateissimo marchese De Sade, noto per il suo libertinaggio e le sue perversioni sessuali, che perpetra sovente le sue nefandezze con lo scopo non dichiarato di provocare Dio, inducendolo così a punirlo e quindi a manifestarglisi: finezze della perversione!
Su tutt'altro versante, nel nostro quotidiano, riconosciamo altresì lo stesso motivo di fondo soprattutto in quelle gravi forme nevrotiche, un tempo definite 'melanconiche', in cui tra SuperIo ed Io si instaura un rapporto come tra carnefice e vittima. Come è anche evidente, ad esempio, in certi comportamenti 'a rischio' degli adolescenti, solitamente visti solo come esperienze della 'ricerca del limite' e della dimostrazione delle proprie capacità di giovani adulti, in una replica aggiornata delle antiche prove iniziatiche tribali (le prove di forza, o le guide spericolate in stato di ebbrezza). Anche qui, pur se in termini di esperienza soggettiva l'atto è eseguito affinchè un certo 'status' personale passi ad un livello superiore liberando così il giovane dalle paure infantili, è innegabile la componente di 'provocazione' insita nell'atto e rivolta, se non al Dio dei cieli, ad un altrettanto sconosciuto Dio interiore, cioè in definitiva alla vita stessa in quanto 'Grande Altro'. E' tuttavia proprio sul terreno della colpa, vera o presunta, o meglio del senso soggettivo di colpevolezza, che si gioca la partita del (e col) SuperIo primitivo, che può durare tutta una vita (“..e oltre!” - direbbe questi, sadicamente) a meno che non ci si impegni in un percorso di conoscenza di sé che ci porti a saper vedere e riconoscere le molteplici forme che esso assume nelle nostre vite, spesso inibendole pesantemente, a volte annullandole del tutto, comunque sempre impoverendole di quell'apporto fondamentale per la salute psichica che è una ragionevole fiducia in sé stessi e negli altri. Un tale lavoro richiede una faticosa elaborazione del sentimento interiore di colpevolezza, spesso collegato alle vicissitudini di un processo edipico dall'esito fallimentare, il cui peculiare trattamento consente di individuare una fondamentale distinzione in seno alle stesse prassi curative. Laddove infatti la psicoterapia in genere, declinata nelle sue molteplici forme ed applicazioni, porterebbe ad un atteggiamento terapeutico incentrato sulla relativizzazione del sentimento di colpa, ma in fondo anche sulla sua svalorizzazione e fors'anche banalizzazione, un più accorto approccio di tipo psicoanalitico non commetterebbe questo grave errore, che potrebbe compromettere irrimediabilmente l'esito di un'intera analisi. Non bisogna de-colpevolizzare alcunchè – ciò che equivarrebbe in sostanza a 'rimuovere' – poiché è solo dalla elaborazione consapevole e dal superamento del sentimento di colpa, con le sue vicissitudini intime ed implicazioni relazionali, che è possibile giungere gradualmente ad un diverso equilibrio interiore, in cui le valenze superegoiche primitive e tiranniche risulteranno attenuate e potranno così essere meglio integrate, private di quelle connotazioni sadiche che hanno reso in passato il proprio vivere una continua sofferenza. E' così che lo sguardo di Dio diventa più benevolo, più mite il suo giudizio.




(1) - Grande Altro di cui, come sappiamo, esiste anche la 'versione transferale' nell'attribuzione del paziente all'analista del titolo di 'soggetto supposto sapere', dell'analista cioè percepito come onnipotente ed onnisciente.



Illustrazione:
L'Ordalia del Fuoco(1470), Dierick Bouts il Vecchio, Musée Royal des Beaux-Arts, Bruxelles.
La contessa di Modena, che in ginocchio sostiene nella destra il capo reciso del marito mentre con la sinistra stringe una barra di ferro rovente, affronta la prova della 'gestatio ferri' di fronte all'Imperatore Ottone III, assiso in trono.




mercoledì 13 luglio 2016

Gradiva, quando la pietra si anima


“...L'immagine riproduceva, a un terzo delle dimensioni naturali, una completa figura femminile nell'atto di camminare: una donna ancor giovane, ma non più bambina, piuttosto una virgo romana, appena oltre la soglia dei vent'anni. Nulla in lei ricordava molto diffusi e ben conservati bassorilievi di Venere, di Diana o di altre dee olimpiche, nulla faceva pensare ad una Psiche o una ninfa. La figura aveva qualcosa di umano, di quotidiano, non però in senso negativo: qualcosa, per così dire, di 'attuale', quasi che l'artista, invece di buttar giù uno schizzo con la matita (come accade ai giorni nostri), già per la strada avesse fissato nel modello d'argilla la viva impressione del momento in cui ella gli era passata davanti.Una figura slanciata e snella, la cui capigliatura lievemente ondulata era quasi completamente stretta da una sciarpa leggera. Non vi era alcuna civetteria nell'espressione del volto sottile; i suoi tratti raffinati esprimevano piuttosto una serena indifferenza per quanto si svolgeva intorno, l'occhio era tranquillamente rivolto davanti a sé e lo sguardo non appariva turbato né da cose materiali né da complicazioni interiori. Così la giovane donna non colpiva tanto per una sua bellezza plastica; piuttosto possedeva una grazia naturale, semplice, virginale, che sembrava infondere vita all'immagine di pietra. Vi contribuiva notevolmente il movimento in cui la giovane donna era rappresentata. Col capo lievemente reclinato, tratteneva la veste assai ampia che scendeva dalle spalle alle caviglie, così che erano visibili i piedi nei sandali. Il piede sinistro era avanti, e il destro sul punto di seguirlo toccava appena con le punte delle dita il terreno, mentre la pianta e il calcagno si alzavano quasi verticalmente. Questo movimento dava una doppia impressione: soprattutto quella di una lieve agilità nel passo, ma insieme anche quella di una stabilità. Questo librarsi in volo, congiunto alla sicurezza dell'incedere, conferiva all'immagine la sua grazia specifica. Da dove veniva e dove si sarebbe diretta? In realtà, in questo bassorilievo il dottor Norbert Hanold, docente di archeologia, non aveva trovato nulla che la sua scienza potesse considerare degno di nota. Non si trattava di un rimarchevole esempio di arte plastica antica, in fin dei conti era solo un quadretto di genere dell'età romana, ed egli non sapeva spiegarsi cosa mai avesse richiamato la sua attenzione: sapeva solamente di essere stato attrattto da qualcosa e che dal primo sguardo quest'effetto si era mantenuto inalterato. Per dare un nome all'immagine se l'era chiamata 'Gradiva', 'colei che avanza' , etc...”

Così inizia 'Gradiva', racconto che il medico-scrittore tedesco Wilhelm Jensen compose nel lontano 1903 e di cui Freud si appassionò, scrivendone a sua volta qualche anno più tardi (“Il delirio e i sogni della Gradiva di W. Jensen”, 1906).Il protagonista, Norbert Hanold, è un giovane archeologo che in una visita ad un museo di Roma è colpito da un bassorilievo che ritrae la figura di una giovane donna nell'atto di incedere, ma in un modo così particolare ed aggraziato che l'immagine di pietra sembra prendere vita, al punto da determinare in lui un'emozione che supera l'interesse meramente professionale per il reperto archeologico. Norbert sente infatti una progressiva attrazione per l'immagine (di cui nel frattempo ha fatto un calco per poterlo portare con sé di ritorno in Germania) e le dona il nome di 'Gradiva' (dal verbo latino gradior che richiama appunto l'incedere, l'avanzare della figura).
Si instaura così in lui un turbamento profondo che si protrae nel tempo, dando origine a una serie di sogni e stati emotivi alterati che sembrano preludere ad un vero e proprio delirio, in cui la 'donna di pietra', Gradiva, prende corpo e si materializza dinanzi al sempre più confuso e sconcertato Norbert, in un inestricabile miscuglio di realtà e fantasia nello scenario di una Pompei appena prima della eruzione distruttiva del Vesuvio del 79 d.C.
Il racconto si scompone a questo punto su una duplice linea temporale e scopriamo che la trama delirante, i sogni e le allucinazioni del protagonista si sono costruiti via via attorno alla figura di un'amica d'infanzia di Norbert, non più frequentata in seguito ma sempre sua discreta vicina di casa, certa Zoe Bertgang (il cui nome è sinonimo in greco di 'vita', mentre il cognome tedesco allude, non a caso, all'atto del camminare), che – grazie al riemergere di antichi ricordi d'infanzia fino a quel momento sepolti nella memoria di Norbert – viene così gradualmente a sovrapporsi all'immagine scolpita fino alla sua completa 'incarnazione'. E' così che la 'donna di pietra' si trasfigura nella 'donna viva' ed attraverso il recupero dei ricordi e delle emozioni connesse il protagonista può infrangere la spirale alienante del delirio, che il 'ritorno del rimosso' – direbbe Freud - coincidente con la visione della particolare scultura, aveva originato...
Astraendo dalle innumerevoli specificazioni e interpretazioni di ordine psicoanalitico che il racconto di Jensen ha stimolato, in Freud e negli esegeti dopo di lui, è in questa sede il meta-racconto di Freud che ci interessa di più, cioè quella riscrittura di un testo narrativo che mostra il tentativo di applicare l'indagine e il vertice della psicoanalisi alla letteratura e all'arte in generale. Il fatto cioè che nel racconto emergano contenuti e dinamiche tipiche della concettualizzazione psicoanalitica (il rimosso, il fallimento della rimozione, la dinamica delirante che si propone come ricostruzione di un senso possibile in base ad elementi del passato ibridizzati con aspetti del presente, etc..)ha chiaramente colpito l'attenzione di un vorace e acuto lettore, quale Freud era, portandolo ad approfondire il legame intimo tra arte e psicoanalisi e l'esperienza della creatività, proseguito poi attraverso successivi scritti (Il Mosè di Michelangelo, Un ricordo d'infanzia di Leonardo da Vinci, etc..).
A proposito del racconto di Jensen e nel complesso dell'opera poetica-letteraria Freud cosi' si esprime: “Probabilmente, noi e lui (lo scrittore, o l'artista in genere) attingiamo alle stesse fonti, lavoriamo sopra lo stesso oggetto, ciascuno di noi con metodo diverso; e la coincidenza dei risultati sembra costituire una garanzia che abbiamo entrambi lavorato in modo corretto”.
Concetto ampiamente ribadito nello scritto “Il poeta e la fantasia” del 1907, mentre nel discorso tenuto in occasione del suo settantesimo compleanno è ancora più chiaro rispetto alla preminenza dell'artista: “I poeti e i filosofi hanno scoperto l'inconscio prima di me; quel che ho scoperto io e' il metodo scientifico che consente lo studio dell'inconscio”. In altri termini, l'artista non farebbe altro che esprimere in una veste intuitiva-poetica cio' che nella psicoanalisi e' espresso in forma scientifica; arte e letteratura occuperebbero quindi una posizione privilegiata, a metà strada tra realtà e fantasia, tra coscienza e inconscio, laddove risiede il mistero della creatività.


(reminder Luglio2010)

venerdì 11 marzo 2016

Una piccola dimenticanza, anzi decisiva.




Premetto che guardo poco la tv, limitandomi a qualche buon film (purtroppo massacrato sistematicamente dagli orribili e sempre più aggressivi spots pubblicitari) e alcuni programmi di cultura e di informazione, che tuttavia non sempre riescono a tenermi sveglio nelle ultime ore della giornata preparandomi invece con discrezione – e con mia sincera riconoscenza – alla quotidiana resa a Morfeo.
Mi ha però incuriosito una sera, di recente, tanto da strapparmi di colpo al meritato oblio, l'esordio di un 'conduttore' (in realtà il noto filosofo M. Ferraris) di un format in onda regolarmente su una delle neonate reti Rai, che rivolgeva a bruciapelo – come solo i filosofi sanno fare – all'ignaro e semicosciente spettatore, fino allora mollemente adagiato in poltrona, nientemeno che la seguente, fatidica domanda: “..La psicoanalisi è morta?”
Ripresomi a fatica dallo spavento per l'eventuale improvvisa dipartita, continuavo ormai completamente ridestato nella visione del programma che in questi termini poi introduceva nel vivo della discussione: “E’ passato un secolo dalla nascita della psicoanalisi ed è il momento di chiedersi se goda ancora di buona salute. C’è chi la dà per finita, chi ne apprezza l’evoluzione, chi è convinto che Freud abbia ancora tanto da dire. Ma forse la domanda ultima è: la psicoanalisi fa (ancora) stare meglio le persone? Guarisce? O i suoi metodi sono ormai obsoleti? Insomma, la psicoanalisi è viva o è morta?...”
In ansiosa attesa del responso, ora affidato dal conduttore-filosofo ad un primo ospite (un medico-psicoterapeuta di palese inclinazione neuro-biologista) che elencava gli aspetti desueti ed ormai insostenibili della teoria freudiana classica (alla ineffabile luce delle solite ed ennesime 'scoperte della scienza moderna', etc etc..) - tra i quali l'immancabile riferimento al troppo mitico e mitizzato complesso di Edipo, alle imperdonabili 'topiche' freudiane, alle immaginarie fasi libidiche, ad insostenibili narcisismi e vari altri residui dell'armamentario psicoanalitico ortodosso, con puntuale rigore snocciolati dall'esimio esperto intervistato – riflettevo tra me come da tempo in realtà la psicoanalisi venga data per spacciata, per quasi-morta o defunta del tutto con tanto di cippo commemorativo da detrattori, critici, fautori di altri indirizzi teorici e clinici in campo psicologico e medico e altri soggetti a vario titolo interessati a demolire la costruzione freudiana in quanto vecchia e inutile, ma come essa altresì 'risorga' dappertutto nella nostra cultura, scientifica e non, qualora si voglia andare più a fondo nella comprensione di certi accadimenti e se solo si cambi modalità di osservazione sui fatti del mondo, visti cioè non più solo attraverso la piattezza desolante delle moderne etichettature pseudo-scientifiche del disagio psichico, dei paradigmi di validazione scientifica per le pratiche terapeutiche, dei circuiti neuronali attivati in associazione a specifici comportamenti, dell'azione ubiquitaria e onnipotente dei mediatori neurochimici, etc..
Intanto, nella discussione in tivvù, era stata data la parola anche 'alla difesa' (lo psicoanalista e storico D.Meghnagi), che di fronte all'offensiva 'iconoclasta' dell'avversario cercava di contestualizzare il discorso, da un lato ricordando come Freud fosse figlio del positivismo ottocentesco e come non potesse in definitiva che servirsi anche di certi strumenti di pensiero della sua cultura, dall'altro suggerendo come una interpretazione attuale della psicoanalisi debba in sostanza necessariamente riconoscerle uno status di teoria in evoluzione, che si serve di ipotesi e metafore operative che seppure formalmente 'classiche' possano comunque avere una loro declinazione attuale ed una perdurante efficacia esplicativa e terapeutica.
Considerando il siparietto di un certo interesse – forse soprattutto riguardo al tenore non sempre pacato e 'di parte' del dibattito culturale e scientifico sull'argomento (almeno qui da noi, in Italia) – invito il benevolo lettore a prenderne visione e trarne, se può, le sue conclusioni. Questo il link:
http://www.rai5.rai.it/articoli/lo-stato-dellarte-la-psicoanalisi-è-morta-24022016/32376/default.aspx

Mi riservo di aggiungere a questo punto una semplice postilla, a mio parere doverosa e imprescindibile, nel classico tentativo di non buttare il bambino con l'acqua sporca da un lato e di ribadire dall'altro la centralità di un concetto elementare, semplice semplice, che però, mi pare, in questa sede non sia stato affatto ricordato (..o forse è stato 'rimosso'? O piuttosto decisamente 'forcluso'?) e che sembra peraltro ormai essere diventato, in questa epoca di circuiti neuronali esteriorizzati e di farmacologie futuristiche che quasi promettono la vita eterna, paragonabile al mitico Unicorno bianco dei racconti dei cavalieri medievali: l'Inconscio.
Ciò che nel confronto televisivo tra le parti non si è minimamente sfiorato è infatti l'aspetto non solo teorico, ma pratico e concreto, di 'inconscio', su cui si basa in realtà tutto l'edificio teorico-clinico freudiano e il discorso psicoanalitico vecchio, presente e sicuramente anche futuro. La psicoanalisi - questo ci ha insegnato Freud – è infatti primariamente credere (ma a ragion veduta, potremmo aggiungere, cioè sulla base di 'fatti' e non di semplici supposizioni ed ipotesi) nella presenza dell'inconscio nella nostra vita, nella sua misconosciuta azione e manifestazione sui nostri pensieri, emozioni, affetti, sentimenti. E' questa dimensione che rende la psicoanalisi non solo uno strumento di conoscenza dell'uomo ed un metodo terapeutico, ma una specifica visione del mondo che la differenzia da forme di conoscenza centrate sulla contrapposizione soggetto-oggetto, come quelle della scienza moderna, o delle metafisiche filosofiche tradizionali.
Se non ci si richiama a questa dimensione inconscia della mente, tendendo per esempio a sostituirla oggi con nozioni di tecno-bio-fisiologia del funzionamento cerebrale che niente hanno a che fare con il suo originario significato, si 'rimuove' la vera essenza della psicoanalisi e la 'novità' che essa ha rappresentato non solo per il mondo di fine Ottocento come anche per la nostra stessa civiltà.
La visione di una dimensione inconscia della mente umana, da cui quella cosciente si struttura e si distingue gradualmente, è espressione di una concezione dell'individuo considerato quindi nella sua alterità costitutiva, nella sua complessità e molteplicità, nella sua storia e nelle sue specifiche particolarità, comunque nel solco della tradizione di un pensiero umanistico e non disumanizzato o parcellizzato, sintetizzato da diagrammi di flusso e contatti sinaptici, come scienza e tecnica per loro stessa intrinseca natura e vocazione perseguono e oggi tendono ad imporre.
Finchè ci sarà una visione dell'uomo in cui una certa 'consapevolezza dell'inconscio', cioè la sapienza dell'intima alterità di sé, è conoscenza acquisita, valorizzata e praticata, la psicoanalisi certamente non morirà e rimarrà viva e utilmente aperta alla ulteriore conoscenza della mente dell'uomo ed alla 'cura' delle sue più intime sofferenze. Auguriamocelo, per una futura società di uomini più consapevoli e forse migliori.